LA NUOVA PRATICA FORENSE: A PAGAMENTO E POCO PROFESSIONALIZZANTE

Le novelle legislative che in questi anni hanno interessato l’avvocatura sono diventate sempre più frequenti.

Non esenti da questa “schizofrenia normativa” sono i praticanti avvocati. infatti. Il Ministero della Giustizia ha invitato il Consiglio Nazionale Forense (CNF) a pronunciarsi in merito al nuovo schema di decreto riguardante: “Regolamento recante la disciplina dei corsi di formazione per la professione forense ai sensi dell’ art. 43 della legge del 31 dicembre 2012 n. 247”.

Questo regolamento cambia del tutto la formazione dei giovani aspiranti avvocati in quanto prevede l’istituzione di corsi formazione, della durata minima di 160 ore, obbligatori per tutti i praticanti ed a numero chiuso.

L’accesso sarà consentito solo a chi possiede determinati requisiti, con valutazione della carriera universitaria e svolgimento di prove scritte e orali.

Ciò posto, l’organizzazione dei corsi è rimessa ai vari Consigli d’Ordine, che possono prevedere anche una quota d’iscrizione previa istituzione di una borsa di studio per il merito o il reddito.

Inoltre, sono previsti esami (sia orali che scritti a cadenza trimestrale) volti a verificare la preparazione dei praticanti nella redazione degli atti giudiziari e del linguaggio giuridico adoperato ed una prova finale che simula l’esame di Stato.

In realtà, è chiara la volontà di ridurre il numero dei praticanti ponendo numerosi ostacoli sul loro cammino e di rendere la pratica forense un mero percorso post-universitario sulla scia delle scuole di specializzazione per le professioni legali, per nulla professionalizzanti, una sorta di doppione degli studi conclusi con la laurea.

L’avvocato è un lavoro che non può essere relegato ad un aspetto prettamente teorico. La previsione di una prova d’esame ogni tre mesi e la frequenza dei corsi rischiamo di sottrarre al praticante e alla pratica forense un aspetto essenziale: quello dell’apprendimento e dell’esperienza sul campo. Il tirocinio concepito dall’emanando regolamento, già ridotto a diciotto mesi contro i due anni precedentemente previsti, costringerà i giovani colleghi a tralasciare il lavoro di tribunale e di redazione atti per giungere preparati agli esami previsti; il che conferma l’impressione cui si è prima accennato di schizofrenia normativa di un Governo che, a contrario, ha introdotto la possibilità di iniziare  un percorso pratico di tirocinio nell’ultimo semestre di università.

A ciò si aggiunga che l’istituzione di corsi obbligatori a pagamento non fa altro che rendere più onerosa per le famiglie la formazione dei loro figli, quando invece questa spesa dovrebbe essere a carico dei Consigli dell’Ordine, atteso che i praticanti pagano una quota sia nel momento d’iscrizione all’albo dei praticanti sia annualmente.

L’unica vera “riforma” dovrebbe essere un nuovo modo di concepire l’esame di abilitazione, predisponendo strutture schermate dalla rete in modo da impedire l’utilizzo degli smartphone con cui i candidati ricevono dall’esterno i compiti già svolti da copiare,  e prevedendo una maggiore trasparenza nella correzione degli elaborati, con obbligo di motivazione dei voti inferiore alla sufficienza.

L’impressione che dà questa riforma è che non si sia voluto affrontare il nodo cruciale dell’accesso alla professione forense: un esame di Stato mal strutturato e ancora peggio gestito dai consigli dell’ordine, con ampia possibilità di copia di elaborati partoriti all’esterno: il che non solo consente l’acquisizione del titolo di avvocato a persone prive delle conoscenze necessarie per elaborare atti e pareri, ma induce anche scoramento nei giovani meritevoli e disistima all’esterno nella categoria, incapace (ma forse semplicemente poco intenzionata) di concepire un esame corretto, immune da irregolarità, che premi coloro che si siano impegnati in una reale pratica forense e non coloro soltanto abili nell’utilizzo di sistemi illegali di plagio.

 

M.G.A – DIPARTIMENTO PER LA PRATICA FORENSE

Salvatore Alboreo

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