Il sistema giudiziario italiano, analisi della crisi e proposte di riforma.

araba-fenicePubblichiamo, di seguito, il testo del documento che consegneremo al Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, nel corso della manifestazione del 18/03.
La Giustizia è un bene comune, e per i beni comuni si deve lottare.

IL SISTEMA GIUDIZIARIO ITALIANO
ANALISI DELLA CRISI E PROPOSTE DI RIFORMA

Premessa
Il sistema giudiziario italiano versa in uno stato di dissesto, fatto di inefficacia, di inerzie e di inefficienze, così come certificato dai dati e dalle statistiche, dalle ormai innumerevoli sentenze di condanna della Corte europea dei Diritti dell’Uomo, e così come noi avvocati, e tutti gli altri operatori del comparto, possiamo constatare quotidianamente nell’esercizio delle nostre funzioni e del nostro lavoro.
E’ un dissesto in cui la giustizia italiana langue ormai da decenni, tant’è vero che le relazioni che si sono susseguite nel corso delle inaugurazioni degli anni giudiziari, da quella del Primo Presidente della Corte di Cassazione a quella del Procuratore Generale, sono tutte simili, e nella sostanza, sovrapponibili a quelle degli anni precedenti: l’unico discrimine è la constatazione del progressivo peggioramento dei problemi, di cui l’eccessiva durata dei processi è soltanto una dei più gravi sintomi patologici.
Sostanzialmente simili sono anche le relazioni dei vari Ministri che si sono avvicendati al Dicastero della Giustizia. Queste infatti, compresa quella del Ministro Orlando di questo 2016, esprimono tutte esclusivamente l’intento di contenere gli effetti dei problemi, ma non di individuarne e rimuoverne le cause, quelle vere; oltre ad essere carenti della necessaria analisi in termini di politica giudiziaria, in termini di politica del diritto.
Mai infatti vengono analizzate le ragioni dell’enorme domanda di giustizia, che in Italia si registra non da oggi o da ieri ma da sempre, e che proviene sia dal singolo cittadino che dalle Procure, e mai viene evidenziato il dovere imprescindibile dello Stato di rispondere ad ognuna di quelle domande in tempi ragionevoli, considerando che quella giurisdizionale è una delle sue più importanti ed irrinunciabili funzioni, per la quale, tra l’altro si esigono e si riscuotono tributi.
Tutte le relazioni sono poi addirittura identiche nell’omettere un particolare che deve essere evidenziato:  il maggior peso, sia sociale che politico, di tutte le disfunzioni del sistema giudiziario grava di fatto, solo sull’Avvocatura e sul personale giudiziario, essendo questi gli unici soggetti ad avere un rapporto diretto e immediato con i cittadini dei quali raccolgono e ammortizzano il disagio, l’amarezza e la rabbia. Disagio, amarezza e rabbia che forse sarebbe bene arrivassero finalmente nelle celebrazioni inaugurali, al Ministero, a Montecitorio e al palazzo del Governo, affinché tutti ne abbiano finalmente conoscenza.
Il progressivo peggioramento dell’amministrazione statale della giustizia è di per sè stesso la prova del fallimento di tutte le politiche governative che fino ad oggi sono state praticate, nel caso in cui esse fossero state effettivamente finalizzate a migliorarla.

§1. La crisi della giustizia è la crisi della società e dello Stato: le origini della litigiosità.
La crisi dell’amministrazione della giustizia ha poliedrici aspetti e molte cause, tra cui la primigenia è certamente la crisi della società conseguente al ribaltamento dei valori costituzionali, al decadimento culturale, al declassamento delle istituzioni e alla subordinazione della persona al mercato e agli interessi economici.
Tutto questo ha disarticolato quegli assetti sociali che la nostra Carta Costituzionale aveva saggiamente costruito sui principi cardine del solidarismo, della cultura e del civismo.
Le norme costituzionali, che avevano favorito il progresso e ridotto l’area delle disuguaglianze, sembrano oggi spente, svuotate del loro originario vigore.
Di fatto abbiamo oggi un modello sociale assolutamente lontano da quello delineato dalla Carta fondamentale.
Di fatto oggi, la solidarietà è stata esiliata dal contesto dei rapporti sociali, che sono dominati dall’egoismo e dalla mala fede.
Nulla è più condiviso, tutto è disputato, tutto è conteso.
A questa equazione v’è da aggiungere un altro fattore che va ad acuire questa già grave conflittualità: si tratta della gravissima crisi economica di un mercato globalizzato che ha sacrificato le persone sull’altare del capitale e dell’interesse, e che trova il suo equilibrio nello sfruttamento delle fasce più deboli della popolazione.
Non v’è dubbio infatti che la crisi economica produca conflittualità giudiziaria, incidendo specialmente sul numero dei processi da inadempimento contrattuale (aumento delle cause in materia di locazione degli immobili urbani, delle procedure concorsuali e di recupero dei crediti, aumento delle controversie in materia di lavoro e previdenza, di cui restano elevate sia le pendenze e le sopravvenienze soprattutto nella aree più depresse).
Nasce così la domanda di giustizia in Italia, domanda che è enorme perché enormi sono le disuguaglianze, domanda che è enorme perché sono enormi le violazioni dei diritti, perché se da una parte c’è qualcuno che vìola la legge, dall’altra c’è sempre qualcun altro che quella violazione subisce.
A ciò si aggiunga il ruolo della disorganica moltiplicazione delle fonti del diritto e l’incertezza del diritto stesso, che complica notevolmente l’interpretazione e l’uniforme applicazione delle leggi.
E’ per questi motivi che contestiamo fermamente la tesi tanto in voga secondo cui la litigiosità processuale deriverebbe da una naturale propensione psicologica degli italiani ad intentar cause: al contrario la litigiosità, secondo noi, è conseguenza della compromissione delle relazioni sociali, dal degrado etico, civico e culturale, e della crisi economica che incrementa i conflitti; e gli esempi, a conferma della fondatezza di questa interpretazione, sono tantissimi:
– molti illeciti hanno per causa principale la miseria, l’ignoranza, la disoccupazione, l’emarginazione e tutto il conseguente corollario delle disuguaglianze sociali ed economiche;
– le controversie in materia di lavoro sono in gran parte determinate dalla violazione dei diritti salariali dei lavoratori, nonché dalla riluttanza dei datori di lavoro a comporre il conflitto in sede sindacale;
– le controversie in materia di infortunistica stradale, a prescindere dall’esorbitanza della pretesa risarcitoria talvolta accampata, sono determinate anche dalla scarsa propensione delle compagnie di assicurazione a provvedere sollecitamente ad un congruo risarcimento; lo stesso censurabile atteggiamento hanno anche gli istituti bancari;
– le aziende a rischio di sopravvivenza, per recuperare competitività nel tentativo di rimanere sul mercato, molto spesso non trovano di meglio che evadere o eludere i contributi assicurativo–previdenziali, il che dà conto dell’ingente numero di controversie in cui è coinvolto l’I.N.P.S.;
In relazione a quest’ultimo punto v’è da precisare che in materia di previdenza e assistenza obbligatoria, l’enorme numero di controversie è determinato non soltanto dai frequenti inadempimenti dei datori di lavoro, ma molto spesso anche dalla ingiustificata resistenza degli Istituti, tra cui primeggia proprio l’I.N.P.S., a dar corso alla risoluzione in via amministrativa delle istanze degli aventi diritto.
Queste violazioni di diritti generano, giustamente, procedimenti giudiziari finalizzati alla tutela dei diritti stessi, e siccome le violazioni sono tante, non possono che essere tanti i relativi processi, rispetto ai quali le strutture giudiziarie si rivelano insufficienti ed inadeguate a definizioni in tempi ragionevoli.
Questa analisi politica consente anche di poter affermare che il numero degli avvocati non influisce, tantomeno in maniera determinante, sul numero dei procedimenti giudiziari.
Gli avvocati non inventano i processi, e se questi sono tanti, così come in effetti sono, è perchè, per le motivazioni già esposte, vi sono tanti diritti da difendere.
Un’altra importantissima considerazione è poi quella che la lunga durata dei processi, unitamente all’inadeguatezza del tasso legale d’interesse moratorio e più in generale alla diffusa convinzione di poter trarre vantaggio dalle disfunzioni dell’amministrazione della giustizia, sono esse stesse degli enormi fattori di aumento della litigiosità e del contenzioso giudiziario.
La litigiosità, infatti, trae il suo migliore alimento proprio dalla lentezza del processo, sicché i debitori morosi e tutti gli inadempienti in mala fede nulla fanno per evitare il processo in loro danno, ben sapendo che una eventuale condanna non potrà che giungere con molto ritardo, oltre a tutte le altre difficoltà che il creditore dovrà affrontare per tentare l’esecuzione della relativa sentenza.
Le conseguenze del dissesto della giustizia italiana sono quindi enormi, e lo sono sia in termini sociali che economici.
In termini sociali, la pessima risposta alla domanda di giustizia del cittadino ne mortifica la già scarsa propensione consociativa e abbatte ciò che in lui residua della indispensabile fiducia nello Stato.
In termini economici, è ineluttabile che l’inefficienza del sistema, generando sfiducia anche nel buon esito delle transazioni e nel celere recupero del proprio credito, freni le possibilità di sviluppo economico del Paese ed anche gli investimenti stranieri. Sul punto, il dato di maggiore rilievo è quello fornito dalla Banca d’Italia già nel 2011, secondo cui l’inefficienza della giustizia civile può essere misurata in termini economici come pari all’1% del PIL.

§ 2. L’insufficiente offerta dell’apparato giudiziario: analisi e cause.
All’enorme domanda di giustizia, lo Stato risponde con un apparato giudiziario assolutamente inadeguato a fronteggiarla, e questo sia in termini di decisioni tempestive che di certezza del diritto e di costi ragionevoli.
Le cause dell’insufficienza di questa offerta sono molteplici:
– l’insufficienza, la decadenza e la fatiscenza delle strutture giudiziarie: il gravissimo problema dell’edilizia giudiziaria è rimasto insoluto, e anzi si è notevolmente aggravato in seguito alla soppressione delle sezione distaccate dei Tribunali, e rischia di peggiorare con la paventata ipotesi di riduzione delle Corti d’Appello. I locali sono generalmente insufficienti, provvisori, e sforniti della necessaria funzionalità, con gravi ripercussioni sul nomale svolgimento delle attività giudiziarie. Avvocati e personale giudiziario si trovano infatti ad operare in condizioni che a volte sono di estremo disagio. Vi sono anche locali sforniti delle adeguate ed indispensabili strutture di sicurezza.
– l’obsolescenza dell’hardware e del software, e la penuria di mezzi tecnologici moderni e finanche della carta per stampare e per redigere i verbali;
– l’obsolescenza del SIAMM (Sistema Informativo dell’Amministrazione), software utilizzato per la liquidazione delle spese di giustizia a carico dello Stato, tanto da essere incompatibile con l’hardware più moderno (scanner – stampanti), e da costringere gli operatori giudiziari a far ricorso a quelli più antiquati;
– le croniche carenza dell’organico di magistrati e del personale giudiziario;
– il ritardo nella formazione, aggiornamento e riqualificazione professionale di tutto il personale degli uffici giudiziari: evidenziamo che il personale giudiziario non ha beneficiato del necessario aggiornamento nemmeno a seguito dell’introduzione dei sistemi informatici e telematici. E infatti fino a oggi, il personale giudiziario che ha fatto fronte ai vari problemi, gli ultimi, enormi, connessi al processo telematico, solo sulla base delle proprie capacità, dedizione, professionalità e spirito di sacrificio;
– la pessima organizzazione del lavoro all’interno degli uffici giudiziari e le inefficienze diffuse (tra l’altro in Italia, vi sono esperienze di Tribunali i cui standard di efficienza sono equiparabili a quelli europei e questo conferma che il principale problema è proprio la disorganizzazione del lavoro e delle attività giudiziarie).
– la burocratizzazione del pct;
– le opacità nel sistema di assegnazioni degli incarichi di nomina giudiziaria.

§ 3. Il dissesto dell’amministrazione statale della giustizia, il business della sua privatizzazione e la politica mercantilista dei diritti.
La politica giudiziaria del Governo italiano sarebbe diversa se fosse sinceramente orientata verso l’ottimizzazione dell’amministrazione statale della giustizia.
Ci sarebbe piaciuto che il Ministro Orlando, anche nelle ultime occasioni relative alle inaugurazioni dell’anno giudiziario, avesse affermato la necessità di garantire efficacia ed efficienza alla giurisdizione, perchè questa è una funzione imprescindibile dello Stato, perche questa è una funzione senza la quale lo Stato non esisterebbe.
Queste sono le parole che avremmo voluto ascoltare da un Ministro della nostra Repubblica, e dal Ministro della Giustizia in particolare.
Ed invece queste parole non ci sono state.
Il Ministro non ha rivendicato l’essenzialità dell’amministrazione pubblica della giustizia come argine di difesa dei diritti, ma ha proferito parole di cedimento ad una logica mercantilista dei diritti e della giustizia, che proprio in questo periodo sta cercando la sua affermazione.
C’è un dato da tenere in considerazione.
Le oligarchie finanziarie ed economiche hanno individuato proprio in questo periodo storico le condizione politiche e sociali migliori per poter accelerare la realizzazione del proprio progetto di consolidamento elitario e classista del potere.
Ne è chiaro segno anche l’attuale produzione normativa, sia nazionale che comunitaria, produzione che quelle oligarchie riescono a influenzare e orientare, e che infatti riporta tutti i tratti distintivi di quella logica e di quel disegno:
– affievolimento delle democrazie per favorire sistemi di governo che concentrino il potere nell’organo esecutivo;
– smantellamento delle istituzioni e delle amministrazioni pubbliche al fine di poterle privatizzare e lucrare sulla gestione delle relative funzioni e servizi;
– dissolvimento dei diritti sociali e sindacali faticosamente conquistati dalle fasce economicamente e socialmente più deboli della popolazione;
– dissuasione dalla rivendicazione dei propri diritti, ovvero dirottamento di quelle rivendicazioni verso un sistema di amministrazione privata della giustizia, che le attenui e che ne faccia addirittura fonte di lucro.
Tutti questi profili caratterizzano l’azione politica di questo Governo e del suo Ministro della Giustizia: ed è evidente purtroppo l’intento di consolidare dolosamente il dissesto, l’inefficacia e l’inefficienza della giurisdizione, per costruire così le opportune motivazioni politiche per favorire la privatizzazione della Giustizia, così come sta accadendo in tutti gli altri comparti della pubblica amministrazione, dall’assistenza sanitaria, ai trasporti e all’istruzione.
Il quadro si completa con l’uso improprio delle a.d.r. (cfr § 5.3.1.1) ed il favore alla penetrazione del socio capitalista negli studi professionali (cfr. § 5.10.1.3), con cui il potere economico intende completare l’opera di accerchiamento della giurisdizione statale per eroderla e specularvi meglio.

§ 4. Le ragioni della manifestazione.
Le ragioni della manifestazione del 18/03 affondano le radici nella Carta Costituzionale della Repubblica e nella profonda avversione alla logica mercantilista dei diritti e della giustizia, avversione che è proprio una diretta emanazione di quei principi e di quegli ideali che in quella Carta sono stati scolpiti.
I diritti non possono essere ridotti a merce da lasciare alla libera contrattazione delle parti, che non sarebbe in ogni caso libera, perchè le disuguaglianze e gli squilibri culturali, economici e sociali hanno sempre determinato e sempre determineranno, finchè esisteranno, la soccombenza dei più deboli, e la primazia dei più forti.
Il nostro Stato repubblicano ha uno scopo preciso, che è quello di produrre una legislazione che garantisca l’uguaglianza formale e sostanziale di tutti i cittadini, che sviluppi tutti gli altri gli principi costituzionali, e che ne garantisca l’osservanza con un sistema giurisdizionale efficace, celere ed efficiente.
Senza la giurisdizione, che è pubblica per definizione, per i diritti non ci sarebbe alcuna difesa soprattutto dinanzi al potere economico e finanziario: adesso è la giurisdizione che ha bisogno di essere difesa, ed è per questo che manifestiamo.
Chiediamo pertanto al Ministro una dichiarazione politica che confermi l’esistenza in Italia della “questione giustizia” e che impegni il Governo ad avviare un piano straordinario di riorganizzazione, di ammodernamento e di riforme strutturali del sistema giudiziario.

§ 5. Interventi e proposte di riforma per una giustizia moderna, efficace, celere ed efficiente.
Il nostro obiettivo è una giurisdizione efficace, efficiente, moderna e celere.
A tal fine crediamo non si possa più prescindere da una corretta analisi di politica giudiziaria, da alcuni interventi di modifica del diritto sostanziale e processuale, e soprattutto dall’ottimizzazione dell’organizzazione giudiziaria sia nel personale, che nelle strutture e nei mezzi.

§ 5.1. Riorganizzazione, adeguamento ed ammodernamento del sistema giudiziario.
Sul punto, per risolvere i problemi individuati al § 2 e rinviando ai successivi paragrafi ogni ulteriore specificazione, crediamo sia necessario:
– ristrutturare, ammodernare gli uffici giudiziarie e calendarizzare la costruzione di complessi edilizi destinati all’amministrazione della giustizia;
– dotare gli uffici giudiziari dei necessari accessori di cancelleria e cartoleria e di mezzi tecnologici moderni sia in termini di hardware che di software;
– aumentare l’organico di magistrati e del personale giudiziario, provvedere alla loro formazione e specializzazione (cfr. § 5.7);
– riorganizzare le attività di lavoro all’interno degli uffici giudiziari ed estendere a tutti gli uffici le migliori pratiche organizzative già maturate presso alcuni di essi;
– semplificazione del pct (cfr. § );
– estensione della digitalizzazione anche al processo penale;
– eliminazione delle opacità nel sistema di assegnazione degli incarichi di nomina giudiziaria con la predisposizione di un meccanismo che comprima il più possibile la discrezionalità del magistrato.
– riduzione dei costi di accesso alla giustizia, che andrebbero rimodulati sulla base dei principi di progressività ed equità, in modo da agevolare i cittadini portatori di redditi bassi e medio-bassi;
– aumento del limite reddituale per l’accesso al patrocinio a spese dello Stato;
– valorizzazione delle a.d.r;.
– introduzione della responsabilità civile dei magistrati.

§ 5.2 Politica giudiziaria e riduzione della domanda di giustizia
Come già accennato, nell’esecuzione di quel piano straordinario di ammodernamento, ristrutturazione e riorganizzazione del sistema giudiziario che proponiamo, se il problema è quello di ridurre la domanda e magari annullarne l’attuale squilibrio rispetto all’offerta dell’apparato giudiziario, l’unico modo secondo noi corretto e virtuoso di procedere sarebbe solo quello di promuovere una legislazione realmente basata sui principi di solidarietà sociale indicati dalla Costituzione.
Un siffatto tipo di legislazione, combinato con gli altri interventi proposti, sarebbe infatti l’unica in grado di disinnescare almeno in parte la conflittualità sociale, di ricucire il tessuto connettivo della comunità, di favorire la crescita culturale della popolazione e di promuovere la solidarietà, il senso civico e il benessere economico.
Questo effetto genererebbe a sua volta il risultato auspicato, e cioè sia la riduzione della domanda di giustizia, conseguenza naturale della riduzione della conflittualità sociale e di un sistema giudiziario efficiente.

§ 5.3 Riforma del diritto processuale.
E’ stata già anticipata la sussistenza, in Italia, di uffici giudiziari i cui standard di efficienza sono equiparabili ai migliori parametri riscontrati in Europa.
Questo è un dato molto importante perche consente di poter affermare che il problema della lentezza dei processi non dipende, almeno direttamente, dai codici di procedura; pur ammettendo la necessità di migliorarli e di adeguarli ai nostri tempi.

§ 5.3.1 Riforma del diritto processuale civile.
Per la riforma del codice di procedura civile auspichiamo un intervento organico che realizzi finalmente un processo effettivamente ispirato ai principi dell’oralità, dell’immediatezza e della concentrazione, con le opportune sanzioni (che riteniamo debbano essere proporzionate al reddito), al fine di meglio scoraggiare un uso spregiudicato e dilatorio del processo.

§ 5.3.1.1 La valorizzazione delle a.d.r.
Negli ultimi anni i Governi hanno presentato le a.d.r. come strumenti taumaturgici delle patologie della giustizia italiana: quest’approccio culturale e questa politica giudiziaria è sbagliata.
A.d.r. è l’acronimo di “Alternative Dispute Resolution” e non di “Substitute Dispute Resolution”: si tratta infatti di strumenti alternativi al processo, non sostitutivi.
La loro unica finalità è quella di sostenere e coadiuvare le parti nella ricerca di una soluzione condivisa della controversia, e vogliamo evidenziare che la propensione a questa ricerca è maggiore proprio in presenza di una giurisdizione efficace ed efficiente, così come insegnano le migliori esperienze degli altri Paesi.
Per questo intendere le a.d.r. come strumento deflattivo è una prospettiva profondamente sbagliata, essa stessa ostacolo ad una auspicabile diffusione dei metodi alternativi di risoluzione delle controversie, ma sempre a servizio di una giurisdizione efficiente.

§ 5.4 Responsabilità dei magistrati.
La responsabilità civile dei magistrati corrisponde a un principio di civiltà e di evoluzione giuridica.
Ogni condotta illecita, sia essa dolosa ma anche colposa, del magistrato deve essere perseguita con sereno, ma fermo rigore, perché colui al quale è affidato il compito istituzionale di rendere giustizia dovrebbe sempre incanalare la propria condotta nel solco del lecito e della correttezza professionale, senza oltrepassarne i limiti nemmeno con condotte negligenti, imprudenti, imperite.
E’ per questo che i magistrati devono rispondere civilmente dei propri errori, così come accade agli altri lavoratori; avendo cura di evitare che un siffatto mezzo possa artatamente essere utilizzato dal soccombente o dal condannato per combattere o vendicarsi di un risultato processuale poco gradito.

§ 5.5 Il patrocinio a spese dello Stato.
Anche l’effettività del diritto alla difesa dei meno abbienti si è andata sempre più affievolendo a cagione delle inefficienze dell’organizzazione dei Tribunali e di una legislazione mirata a restringere l’accesso dei cittadini dotati di scarsi mezzi economici alla giustizia.
I continui ritardi dei pagamenti degli onorari da parte dello Stato, che sono andati aumentando anno dopo anno a cagione non solo della carenza di personale a ciò deputato ma anche della vetustà dei programmi informatici di supporto alla funzione; le novelle legislative che hanno contribuito alla progressiva riduzione dell’importo dei relativi onorari (anche a causa di un loro difetto di coordinamento che ha permesso, a molti giudici, interpretazioni deteriori in danno degli avvocati) costringono un numero crescente di avvocati a non accettare incarichi retribuiti dallo Stato.
A ciò si aggiunga che limite di reddito per l’accesso al beneficio, ad oggi di €. 11.528,41, è troppo basso, così come inadeguata è la cifra dell’aumento per ogni familiare a carico, fissata ad €. 1.032,91: sappiamo bene quanto il costo della vita sia enormemente aumentato negli ultimi anni, specie a cause di aumento di tasse e costi dei servizi. Eppure, la normativa sul patrocinio dei non abbienti è prevista a tutela dei fondamentali diritti umani e di uguaglianza, sanciti dagli articoli 2 e 3 della Costituzione Repubblicana, nonchè del correlato diritto di difesa dei meno abbienti, stabilito dall’art. 24 comma 3 della stessa Costituzione e dall’art. 6 comma 3 lett. c) della CEDU. Tuttavia, con le criticità sopra indicate, tali principi incontrano forti ostacoli nella loro effettiva applicazione.
Pertanto, si ritiene necessario, accanto ad un sensibile innalzamento della soglia reddituale per l’ammissione al beneficio, procedere ad una seria revisione dei criteri di liquidazione, al fine di evitare onorari che offendano il dettato dell’art. 36 della Costituzione, e ad una complessiva e attenta riorganizzazione delle procedure volte all’effettiva percezione, da parte dei legali, della retribuzione per l’attività prestata, in tempi accettabili e in misura adeguata alla qualità e alla quantità di lavoro svolto. Si sostengono tali richieste nella consapevolezza che “è compito della Repubblica rimuovere quegli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…” (art. 3 c. 2 Cost.)

§ 5.6 Il p.c.t. (processo civile telematico) deve restare un mezzo e non diventare un rito: procedure per la semplificazione strutturale.
I vantaggi del p.c.t. sono indiscutibili, tanto da auspicare la celere estensione della telematizzazione a tutte le altre procedure giudiziarie.
Tuttavia la piattaforma su cui opera il pct risale ad oltre dieci anni fa, ed oggi è ampiamente superata dalla tecnologia, tant’è che la struttura della piattaforma del p.a.t. (processo amministrativo telematico) che salvo rinvii sarà operativo dal 1 luglio p.v., sarà basata invece sul sistema degli upload.
Si tratta un sistema assai più semplice che, mediante inserimento delle proprie credenziali, consente di entrare in un’area web riservata, accedere al proprio fascicolo processuale e effettuare direttamente l’upload-deposito degli atti e dei documenti.
Gli atti (o nel caso di deposito di soli documenti, la nota di deposito) devono comunque essere preventivamente firmati digitalmente per l’ovvia finalità di garantirne la paternità.
Il compito del personale giudiziario sarà ridotto alla sola “spunta” dei file caricati.
Il sistema di accettazione, al termine dell’upload, dovrà inviare una p.e.c. di avvenuto deposito (corrispondente all’attuale seconda p.e.c.) che comprovi il rispetto dei termini dello stesso e poi, a seguito della verifica e dell’accettazione da parte del personale giudiziario, inviare una seconda p.e.c. attestante l’avvenuto deposito (la cui funzione corrisponderebbe a quella della attuale quarta p.e.c.).
Senza dilungarci in questa sede in ulteriori particolari tecnici, la nostra proposta è quella di estendere questo sistema anche al p.c.t.
Infine, il p.c.t. non può, e non deve essere considerato un rito.
Il p.c.t., il p.a.t., o qualunque altro sistema di conversione digitale del procedure, devono rimanere tali, e cioè un mezzo, uno strumento per effettuare telematicamente (attraverso la dematerializzazione) ciò che precedentemente si effettuava in modalità cartacea. Non è accettabile, ad esempio, che i documenti prodotti vengano dichiarati inammissibili, nulli o invalidi solo perché, trasmessi in formato pdf non nativo.

§ 5.7 Sul personale giudiziario.
Una riforma della giustizia che voglia veramente cogliere il segno deve concentrare sforzi e risorse sull’organizzazione dei servizi e sulla gestione del personale, ancor di più a fronte del formidabile mutamento di professionalità e mansioni imposto nei fatti e prodotto da cambiamenti tecnologici ed organizzativi.
L’approdo al processo telematico ha significato la necessità di creazione di nuove figure professionali e la necessità di affinamento e potenziamento di altre, per gestire e aggiornare le anagrafiche, per curare, monitorare e recuperare le comunicazioni on line non riuscite, per garantire un’interfaccia continua con gli avvocati, utenti del sistema. La recentissima introduzione dell’ufficio per il processo che delinea una nuova figura professionale di assistente del magistrato, oggi assente nella realtà degli uffici: anche queste figure andrebbero formate.
In realtà, il quadro dei mansionari oggi previsto si discosta ancora troppo poco da quello dei vecchi dattilografi ed assistenti, e non riconosce nuove funzioni e nuove professionalità.
Mentre continuiamo a parlare di figure che lentamente vanno verso il tramonto e che dovrebbero essere riqualificate in positivo, quali gli autisti e i commessi, altre figure professionali quali gli ufficiali giudiziari vanno riviste radicalmente, con una reale riqualificazione che punti sulla fase esecutiva e non più sulle sole notifiche. Ed altre ancora, di stampo specialistico, vanno potenziate sia in quantità che in qualità (contabili, statistici, ma più di tutti, esperti informatici).
Per una radicale e mirata riforma della Giustizia che abbia a cuore l’efficienza del sistema, facendosi carico di rispondere alle legittime aspettative dei cittadini, oltre agli interventi di cui al § 5, proponiamo quanto segue:
– l’adozione di programmi di controllo di gestione su base distrettuale;
– la rivisitazione degli organici su base territoriale riformulando la distribuzione della pianta organica e puntando su ruoli strategici per lo sviluppo tecnologico ed organizzativo;
– una diversa organizzazione delle cancellerie e delle segreterie giudiziarie superando le attuali aree professionali (con relative barriere), introducendo la possibilità di progressione di carriera, individuando nuove attribuzioni e funzioni di supporto all’attività giurisdizionale svolta nell’ambito dell’Ufficio del processo, nonché nella gestione informatica degli atti e dei procedimenti.
Riteniamo infine di dover censurare l’attuale tendenza di far confluire nei ruoli del personale giudiziario figure professionali di altre amministrazioni, senza incidere sulle tematiche prima evidenziate: non è questa la soluzione giusta per i problemi del comparto, e rappresenta un’ulteriore mortificazione per il personale giudiziario preesistente, al quale di fatto viene pregiudicata la possibilità della giusta progressione della carriera, essendo i ruoli occupati da colleghi privi della specifica professionalità, ma avvantaggiati dall’aver maturato nei rispettivi ambiti una o anche più riqualificazioni professionali.

§ 5.8 Sulla magistratura onoraria.
Venendo ai magistrati onorari, è da censurare la riforma contenuta nel d.d.l. di iniziativa governativa approvato il 10 marzo scorso al Senato, nonostante le critiche radicali mosse non solo da tutti i gruppi dell’opposizione, ma anche da gruppi della maggioranza, a cui il Governo non ha saputo replicare. Tali critiche coincidono con il contenuto del presente documento.
La nuova disciplina è la perpetuazione della truffa delle etichette consumata finora impiegando i magistrati onorari come veri e propri lavoratori, ma lasciandoli privi di ogni tutela sociale.
Finora lo Stato italiano è ricorso ad essi come espediente, impiegandoli necessariamente a tempo pieno e semi-pieno e prorogandoli di anno di anno, per evitare il tracollo.
Di fronte a questo conclamato abuso, che sarebbe sanzionato severamente se consumato da un datore di lavoro privato, l’Italia ignora anche i moniti giunti attraverso la procedura di infrazione appena avviata dalla Commissione Europea, che cita la nota sentenza della Corte di Giustizia Europea “Mascolo” – che riguardava l’abuso del rapporto di lavoro a termine degli insegnanti -, e la sentenza “O’ Brien”, che costrinse il Regno Unito ad adottare una moratoria per evitare un contenzioso di massa dei magistrati c.d. non professionali.
Resta ignorato anche l’avvertimento del Consiglio Superiore della Magistratura, che ha recentemente trasmesso un parere al Ministro della Giustizia riconoscendo il conflitto «dell’attuale assetto della magistratura onoraria con la disciplina di matrice europea».
L’Italia sottovaluta anche i ricorsi presentati loro malgrado dai magistrati onorari a pioggia in tutta Italia, così confermando che è lo Stato stesso ad alimentare certo tipo di contenzioso.
Il Governo ha pensato bene, invece, di limitarsi ad avvertire i magistrati onorari che dovranno guardarsi intorno per cercarsi un altro lavoro. Oltre a perpetuare l’abuso guardandosi bene dal riconoscere le tutele sociali dovute, il ddl di matrice governativa introduce modifiche che indeboliscono ulteriormente la giurisdizione. Esso prevede, infatti, un sistema retributivo incentivante, che viola la raccomandazione da parte del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2010, ove vieta «sistemi che facciano dipendere dalle prestazioni gli elementi essenziali della retribuzione, in quanto essi possono creare difficoltà all’indipendenza dei giudici»; introduce, di fatto, un’interferenza incostituzionale del potere esecutivo sul potere giurisdizionale con la previsione che rimette annualmente al Ministero della Giustizia l’individuazione dell’importo di cui ogni tribunale e ogni procura della Repubblica potrà disporre ai fini della liquidazione delle indennità dei magistrati onorari.
Non è dato conoscere in base a quali parametri il Ministero fisserà l’importo di cui sopra, e la vaghezza della previsione fa sorgere preoccupazione di possibili strumentalizzazioni al fine di frenare l’attività di singoli uffici in funzione di interessi estranei al buon andamento della pubblica amministrazione (soprattutto in materia penale). La previsione aggiunge elementi di precarietà per i magistrati onorari, con conseguente aggravamento della violazione del principio dell’indipendenza della magistratura.
Il Governo deve prendere atto che la disciplina contenuta nel DDL S 1738 confligge con la normativa europea anche con riguardo al principio di indipendenza, imparzialità e terzietà del magistrato. In proposito segnaliamo la scorrettezza dei dati forniti dall’Italia alla Cepej nel rispondere ai quesiti formulati per redigere il rapporto sullo stato della giustizia in Europa del 2014. La Cepej, infatti, indagava il numero dei giudici in servizio nelle varie categorie: 1) “professional”, a tempo parziale e a tempo pieno; 2) “professional” occasionali; 3) “no professional”. Spiegava che i giudici “professional” hanno una formazione giuridica e sono pagati per svolgere le funzioni di magistrato, salvo farlo a tempo pieno, parziale e occasionale (questi ultimi impiegati in Europa, in caso di bisogno temporaneo, con una frequenza che va dai 15 ai 50 giorni all’anno). I giudici no professional non hanno formazione giuridica, e non sono pagati per fare i giudici, ma si mettono al servizio della giustizia in misura molto limitata. L’Italia ha fornito dati quantitativi e qualitativi erronei, così sottraendosi a una valutazione fedele. Infatti traduceva “professional” con “professionali”, perché i magistrati onorari non svolgono (rectius, non dovrebbero svolgere) le funzioni giudiziarie per professione. I giudici di pace e i giudici onorari di tribunale, in base ai quesiti, invece, avrebbero dovuto essere indicati come giudici “professional” a tempo pieno e a tempo parziale (salvo quelli effettivamente occasionali). Invece l’Italia ha compreso in questa categoria solo i giudici ordinari di ruolo, ha negato di avere giudici “professional” occasionali, e ha indicato di avere 3275 giudici “no professional”. Si ignora a quali figure corrispondano i giudici “no professional” indicati dall’Italia, dal momento che, all’epoca dei quesiti, comunque, le unità dei giudici definiti onorari in servizio in Italia erano di gran lunga in quantità superiore: ai giudici onorari di tribunale e ai giudici di pace – in tutto 4690 -, andavano aggiunti, per il 2012 (anno a cui si riferivano i quesiti) i giudici onorari presso i Tribunali dei Minorenni, i Tribunali di Sorveglianza e le Commissioni Tributarie. In questo modo sono risultati falsati, per l’Italia, non solo i dati relativi alla produttività dei giudici, ma anche alla retribuzione, che era uno dei parametri fondamentali della valutazione della Cepej. Quanto ai vice procuratori onorari, ricorreva analogo equivoco, in quanto nel rapporto essi sono indicati come pubblici ministeri “no professional” (caso definito dalla Cepej del tutto particolare). Anche in questo caso è risultata falsata la valutazione della Cepej, che indagava l’equità del giudizio anche in base all’indipendenza dell’organo dell’accusa. In un sistema accusatorio come quello italiano, infatti, l’equità del giudizio dipende necessariamente anche dall’indipendenza del pubblico ministero, valutabile anche in base alla retribuzione. Lo dimostra la Raccomandazione sui giudici adottata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 17 novembre del 2010, che in virtù dell’art. 11 del memorandum esplicativo, riguarda anche ai pubblici ministeri nei Paesi in cui l’organo dell’accusa sia indipendente dall’esecutivo (come in Italia, fino a quando non entrerà in vigore il DDL S 1738, per quanto sopra si è detto), raccomandando anche con riguardo ad essi, in quanto “professional”, l’applicazione delle misure relative alla retribuzione idonee a garantire un giudizio equo.
Non è più rinviabile, pertanto, la previsione di un ruolo corrispondente alle funzioni di fatto riservate alla magistratura onoraria, con garanzia di una retribuzione dignitosa e delle tutele sociali proprie dei lavoratori. A tal fine si potrà valutare anche l’impiego stabile dei magistrati onorari, per l’esercizio di funzioni che già esercitano, nell’ufficio per il processo, che attualmente è un non-luogo a cui il Governo destina i tirocinanti, e in prospettiva (attraverso l’aumento delle piante organiche), magistrati onorari a mezzo servizio, costretti a cercare un’altra occupazione per garantirsi un reddito sufficiente.
Sollecitiamo, pertanto, un radicale ripensamento del regime transitorio previsto nel disegno di legge S 1738, non solo per soddisfare le eque rivendicazioni dei magistrati onorari in servizio, ma anche per garantire un servizio della giustizia equo ed efficace, e conforme ai dettami europei.

§ 5.9 Fonti di finanziamento.
Sul punto è da evidenziarsi che, come emerge dal rapporto Cepej per l’anno 2014, l’Italia è uno degli Stati europei che più investe sulla giustizia; ciò premesso, e stante il dissesto del sistema, è evidente che quelle risorse sono quantomeno mal impiegate, e in ogni caso potrebbero essere allocate meglio.
Deve essere poi chiarito l’ammontare e la destinazione del gettito finanziario che proviene dal comparto giustizia per i contributi, marche da bollo, imposte di registro ed oneri pagati a vario titolo dalle parti, gettito che secondo noi dovrebbe essere vincolato al finanziamento delle opere di ristrutturazione, riorganizzazione ed ammodernamento del comparto stesso.
In ogni caso, se la riallocazione delle risorse non dovesse essere sufficiente, per tale finanziamento si dovrebbe attingere dalla fiscalità generale.

§ 5.10. L’Avvocatura: crisi della categoria e della fascia reddituale più debole.
La crisi dell’Avvocatura italiana è ormai un fatto notorio, le statistiche infatti registrano da tempo una costante flessione dei redditi medi.
Il parametro dei redditi medi è però insidioso, è infatti preferibile quello del reddito mediano (reddito maggioritario), in ogni caso, al fine di meglio comprendere cosa sta accadendo è necessario un approfondimento dell’indagine.
In particolare, dalle statistiche emergono altri dati, secondo noi molto importanti, e cioè il progressivo aumento del divario tra i redditi alti e medio alti e tutti gli altri, aumenta cioè il reddito di pochi, e diminuisce il reddito di molti.
Questa situazione viene cristallizzata anche dal grafico che segue, tratto da un’indagine di Cassa Forense “I numeri dell’avvocatura 2015”, (pag. n. 17), da cui emerge che circa il 36.6 % degli avvocati langue nella fascia reddituale che va da 0 a 10.600 euro lordi, annui.
Stiamo parlando di un numero enorme di persone, pari a 77.637, considerando che, come attestato dallo stesso ente previdenziale, il numero complessivo degli avvocati è di 235.055.
Il numero aumenterebbe, se si considerasse la fascia reddituale che va da 0 a 19.857 euro, lordi, annui, si tratterebbe infatti del 56,6 % e quindi della maggioranza degli avvocati italiani, pari a 120.495.

Queste percentuali i dati sono estremamente importanti perche ci consentono di individuare subito il problema più grave, almeno dal nostro punto di vista, problema che è rappresentato dalle difficoltà economiche ma anche fiscali e previdenziali di quel 56,6 %, ma soprattutto di quel 36,6 % di lavoratori, a cui sono rivolte le nostre attenzioni politiche e sindacali.
La crisi della categoria e lo stato di sofferenza di questo 36,6 – 56.6 % di lavoratori sono anch’esse degli effetti del più ampio dissesto in versa la società, l’economia e l’intero Paese.
La causa è sempre la stessa ed è stata già ampiamente analizzata nei paragrafi precedenti, la causa è la progressiva penetrazione di un sistema economico liberista, per cui tutto deve essere fonte di speculazione, anche i diritti e le persone.
La progressiva privatizzazione della giustizia, strumentalizzando il dissesto della sua amministrazione pubblica risponde a questa logica, cosi come la costante delegittimazione della figura dell’avvocato, che, della persona, è l’indiscutibile sostegno giuridico e processuale.
Infatti, nel disegno speculativo la persona deve essere quanto più sola, indifesa e isolata possibile in modo tale da dissuaderla dal rivendicare il proprio diritto ovvero da abbattere la sua forza contrattuale e renderla propensa ad accettare delle negoziazioni al ribasso.
In tutti i casi il potere economico e finanziario vincerebbe: vincerebbe se la persona dovesse rinunciare al proprio diritto, e vincerebbe nel caso in cui dovesse farlo, perche in questo caso, la sua desistenza non necessiterà di un grande impegno finanziario.
Da tutto questo discende la crisi dell’avvocatura, che non è funzionale a questo disegno mercantilista, crisi che a sua volta è alimentata anche dallo stesso dissesto della giurisdizione, perché molto spesso la riscossione dei compensi professionali è subordinata o comunque dipende dalla conclusione della procedura giudiziaria, e le lungaggini della seconda determinano inevitabili ripercussioni sulla prima.
Tutti questi fattori, nel loro insieme, si sono tradotti, per l’avvocatura, in una riduzione del lavoro, soprattutto perche le persone stanno progressivamente rinunciando a tutelare i propri diritti
Naturalmente, come sempre accade nelle situazioni di crisi, sono sempre i più deboli a pagarne il prezzo maggiore, e sono sempre i più ricchi ad avvantaggiarsene.
Ed infatti la riduzione del lavoro e dei redditi sta determinando l’aggravamento di tutte quelle situazioni di sfruttamento che già esistevano all’interno della categoria, è per questo che nella diminuzione dei redditi medi aumenta il divario tra avvocati portatori di reddito alto e medio alto, e tutti gli altri, acuendo proprio quel conflitto interreddituale che invece avrebbe dovuto essere risolto.
Negli studi legali, infatti, sono occultate gravissime forme di sfruttamento del lavoro subordinato sia di praticanti che avvocati, che di fatto sono dipendenti, ma che invece non sono niente, perchè non esistono, perche lavorano a nero, per poche centinaia di euro al mese, quando va bene, sul punto si rinvia al §…..
C’è poi un altro profilo, che peggiora la situazione, perche lo sfruttamento non riguarda soltanto il lavoro, lo sfruttamento è anche previdenziale.
La previdenza è una materia estremamente tecnica, è fatta di numeri, di dati, e di sviluppi attuariali, ed è importante per questo, perche con quei i numeri vai direttamente ad agire sulla vita di persone e sui rinnovamenti generazionali, stabilendo in quale misura la nuova generazione deve concorrere nel sostenimento e nell’assistenza previdenziale di quella che l’ha preceduta.
Sia chiaro, è giusto e doveroso che ogni generazione di cittadini di professionisti e di avvocati sostenga dal punto di vista previdenziale, quella che l’ha preceduta, i problemi pero sorgono, quando il peso di questo carico previdenziale diventa eccessivo ed iniquo, i problemi sorgono quando la vecchia generazione intende far pagare alla nuova generazione il prezzo dei propri privilegi, il prezzo della propria speculazione previdenziale, e della strumentalizzazione del sistema di calcolo retributivo delle pensioni combinato con la grande evasione fiscale.
Nasce così il conflitto intergenerazione nell’avvocatura italiana, conflitto che le Istituzioni forensi vorrebbero risolvere, oggi, con l’abbattimento dei giovani avvocati ed in generale degli avvocati portatori di redditi bassi e medio bassi, in modo tale da liberare fette di mercato a loro esclusivo appannaggio, operazione da realizzare con la falce previdenziale e con l’inasprimento della disciplina di settore.
Questo è ciò che si vorrebbe realizzare nell’avvocatura italiana, si sta cercando di selezionare gli Avvocati sulla base del criterio economico, sulla base del censo, la conseguenza è che potranno esercitare la professione solo i figli degli avvocati, i figli dei ricchi, i figli dei potenti e dei più ammanicati, gli unici che saranno in grado di superare gli sbarramenti progressivamente eretti, che sono ostacoli di carattere economico, ed è questa l’amarezza maggiore, non è una selezione basata sul merito, ma sul censo.
L’ultimo di questi ostacoli è stato eretto proprio dalla Cassa Forense, che ha imposto il pagamento di contributi minimi obbligatori assolutamente svincolati dalla capacità reddituale del professionisti e che per il 2016 sono pari a quasi quattromila euro l’anno.
L’incidenza di questa pressione previdenziale soprattutto su 36,6% di avvocati, è drammatica.
Questa è la selezione che si vuole compiere, quella peggiore, quella sul reddito, perchè, secondo loro, se non ne hai abbastanza, l’avvocato non lo puoi fare, non puoi lavorare.
Il quadro complessivo si completa con l’iniquità della pressione fiscale, che incide pesantemente sui margini di guadagno, determinandone l’ulteriore assottigliamento ed aggravando ulteriormente la situazione soprattutto delle fasce economicamente piu deboli
Questa è l’avvocatura italiana, questa è la crisi gravissima in cui le fasce piu deboli della categoria stanno cercando di non annegare.
Vi sono inoltre da evidenziare delle innegabili responsabilità proprie delle categoria e delle Istituzioni che la governano, su cui M.G.A. per prima ha avviato un percorso di autocritica che finalmente sta producendo i primi frutti: da censurare è infatti il coinvolgimento degli avvocati negli illeciti civili, penali e deontologici, cosi come la gestione clientelare del sistema di accesso all’esercizio della professione forense; da questo punto vista non è da escludersi il ripristino della sua gestione da parte dello Stato

§ 5.10.1 Le soluzioni della crisi.
Le soluzioni secondo noi non possono prescindere da un sistema giudiziario efficace, efficiente e celere, in modo da garantire la soddisfazione dei diritti dei nostri assistiti in tempi ragionevoli e partecipare attivamente a quel nuovo processo virtuoso di cui si è scritt nel §….
Non è infatti vero che gli avvocati guadagnino dalle lungaggini processuali, o se lo è stato un tempo, adesso non lo è più.
Molto spesso il pagamento delle prestazioni professionali si concretizza al termine del procedimento giudiziario, ed è per questo che è quanto mai vivo l’interesse della categoria ad un processo celere, fermo restando il rispetto delle garanzie costituzionali.
Ciò premesso, unitamente alla nostra assoluta contrarietà a ogni tentativo di selezione censitaria della categoria (cfr. § 5.10.2), riteniamo indispensabile una riforma del sistema fondata sui cardini:
– dell’equità fiscale (cfr. § 5.10.1.1);
– dell’equità previdenziale (cfr. § 5.10.1.1);
– del contrasto alla sfruttamento del precariato e riconoscimento dei diritti dei lavoratori degli studi professionali (cfr. § 5.10.1.2)
– dell’esclusione del socio capitalista dagli studi professionali (cfr. § 5.10.1.3);
– dall’eliminazione di ogni opacità del sistema di assegnazione degli incarichi di nomina giudiziaria con il rigoroso rispetto delle disposizioni codicistiche vigenti, e in particolare di quelle previste dall’art. 179 quater disp. att. c.p.c ovvero predisponendo un meccanismo di distribuzione che riduca il più possibile la discrezionalità del magistrato.
§ 5.10.1.1 Equità fiscale e previdenziale.
Con l’equità fiscale e previdenziale intendiamo agire sull’altro piatto della bilancia, perché il miglioramento della situazione economica della categoria, e in particolare degli avvocati portatori di redditi bassi e medio bassi, non passa solo dal riconoscimento dei diritti e delle garanzie lavorative, non passa solo dall’aumento del reddito ma anche dalla riduzione del prelievo fiscale e dei costi di esercizio della professione.
La questione fiscale ha naturalmente un perimetro molto più ampio: accanto ad una riduzione delle aliquote IRPEF, che darebbero sollievo non solo a noi ma a tutte le persone fisiche, gioverebbero degli interventi mirati sul sistema delle detrazioni e delle deduzioni.
La questione previdenziale si può risolvere solo con la determinazione di un sistema che sia equo, che sia compatibile con la vita.
Si chiede equità, si chiede l’abbattimento dei privilegi previdenziali, la censura delle pensioni degli anziani maturate con l’evasione fiscale combinata con il sistema di calcolo retributivo, si chiede la previsione, come requisito essenziale per aver diritto alla pensione di vecchiaia, della cancellazione dall’albo degli avvocati, così come già prevista per la pensione di anzianità.
Si chiede che il sistema previdenziale forense sia informato al criterio della progressività e che quindi il pagamento di contributi previdenziali sia proporzionato al reddito ed alla capacità contributiva di ciascuno, trovando la soluzione migliore che consenta di salvaguardare il principio solidaristico e le sue applicazioni, la nostra soluzione è un sistema contributivo opportunamente e doverosamente corretto in senso solidaristico.
Si chiede che l’indennità di maternità sia estesa all’altro genitore per costituire una più giusta indennità di genitorialità.
Chiediamo l’aumento del contributo di solidarietà a carico degli avvocati portatori di redditi medio-alti individuabili in quelli con redditi progressivamente superiori a 19.857 euro, lordi annui, e chiediamo in generale, un sistema previdenziale che sia attento alle esigenze dei giovani avvocati ed in generale degli avvocati che fanno parte soprattutto di quel 36,6%, di cui al § 5.9.
Sempre sulla questione previdenziale crediamo inoltre sia da sostenere l’idea di avviare, per la Casse di previdenza private, un processo di unificazione o di integrazione nell’INPS in modo tale da poter beneficiare di tutti i vantaggi conseguenti all’economia di scala.

§ 5.10.1.2 Contrasto alla parasubordinazione negli studi legali, allo sfruttamento lavorativo degli avvocati e dei praticanti.
Negli studi legali sono occultate gravissime forme di sfruttamento del lavoro sia di praticanti che avvocati, che di fatto sono dipendenti, ma che invece non sono niente, perchè non esistono, perche lavorano a nero, per poche centinaia di euro al mese, quando va bene, perche la loro partita iva è finta, e nasconde un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato.
Infatti in questi rapporti possono essere individuati tutti quegli indici elaborati dalla giurisprudenza presuntivi della subordinazione come la soggezione al potere direttivo, organizzativo e gerarchico, del datore di lavoro, il dominus.
Vi sono tutti gli indici presuntivi del rapporto di subordinazione ma naturalmente non c’è il contratto, e molto spesso nemmeno la retribuzione.
In Francia vengo definiti Avvocati “sans papier”, in Italia crediamo che la definizione migliore sia proprio quella di precari, perche da un momento all’altro il rapporto di lavoro, che di fatto è un rapporto di lavoro subordinato, può cessare, e può cessare per qualsiasi motivo, anche senza preavviso, perché da un momento all’altro ci si può ritrovare per strada, senza diritti e senza garanzie, e con la quasi impossibilita di riconvertirsi, di reinventarsi, specialmente a quaranta o a cinquant’anni.
E’ una realtà amara quella di cui stiamo parlando, una realtà che riguarda moltissimi professionisti, i quali da un lato hanno un trattamento lavorativo equivalente o spesso peggiore di quello riservato ad un normale impiegato, dall’altro hanno gli stessi oneri fiscali e previdenziali del loro datore di lavoro.
Per assurdo, negli studi legali, lo sfruttamento del lavoro è stato alimentato proprio dalla legge professionale, la legge 247/12 che, prevedendo l’incompatibilità dell’esercizio della professione “con qualsiasi attività di lavoro subordinato” art. 18 comma 1 lett (d, ha di fatto fornito ai datori di lavoro, ai domini, la copertura legale per evitare la contrattualizzazione del rapporto di lavoro.
Naturalmente, come accade, non sempre ma spesso, per trovare delle legislazioni migliori, bisogna guardare oltre le Alpi, e bisogna guardare soprattutto alla Spagna che ha disciplinato il rapporto di lavoro dell’avvocato alle dipendenze di uno studio legale fin dal 2006.
In Italia, invece, i problemi dei più deboli non si affrontano mai, ma si occultano.
E noi crediamo che questa situazione debba finire.
Noi crediamo che la parasubordinazione negli studi legali debba essere spezzata, e che la figura degli avvocati in monocommitenza debba essere finalmente inquadrata.
Il lavoro negli studi professionali dei professionisti e praticanti deve essere tutelato, modificando innanzitutto la legge professionale e adeguandola alle migliori esperienze europee.
Vogliamo il riconoscimento della figura dell’avvocato dipendente, vogliamo il contratto di apprendistato per i praticanti, vogliamo la contrattualizzazione dei rapporti di lavoro e vogliamo che questi rapporti di lavoro siano protetti da una contrattazione collettiva nazionale che preveda gli orari di lavoro, la retribuzione, i profili professionali ed i livelli di inquadramento, le ferie, il preavviso di recesso, la formazione, l’anzianità di servizio e vogliamo l’estensione di tutti quegli ammortizzatori sociali previsti per i lavoratori dipendenti e dobbiamo lottare con questi ultimi al fine di migliorarli ed ottenerne la massima estensione possibile.
Ci sono già delle esperienze di contrattazione collettiva e di contratto di apprendistato per i praticanti.
La gran parte dei problemi che fino a questo punto abbiamo evidenziato non riguarda soltanto l’avvocatura ma tutte le altre professioni: l’iniquità della pressione fiscale, l’iniquità della pressione previdenziale e lo sfruttamento del lavoro nero negli studi professionali, riguarda tutte le professioni intellettuali, ordiniste e non ordiniste, e riguardano tutto il lavoro autonomo, e più in generale ancora, tutto il comparto delle partite iva
E questo accade perché la partita iva è diventata il nuovo strumento della precarizzazione, questo accade perche la partita iva è diventato il nuovo strumento dello sfruttamento del lavoro, e lo è diventata ovunque.
Tutto questo significa che il nuovo Statuto dei Diritti delle lavoratrici e dei lavoratori deve essere inclusivo, e deve riguardare tutti i lavoratori, deve riguardare tutti coloro che devono lavorare per vivere, e deve riguardare anche noi professionisti, perche siamo lavoratori anche noi

§ 5.10.1.3 Contrarietà al socio capitalista negli studi professionali.
M.G.A. è contraria alla previsione, per gli studi legali, di modelli organizzativi che consentano la partecipazione di soci non iscritti all’albo professionale, e conferenti quote di capitale.
Il socio capitalista è infatti incompatibile con la stessa natura dell’avvocatura, con quella che è la sua fondamentale funzione pubblica, con quello che è il suo ruolo di soggetto istituzionalmente e costituzionalmente rilevante ed imprescindibile nella difesa dei diritti delle persone e nell’attuazione del potere giurisdizionale dello Stato.
Certamente l’affermazione di questa funzione e di questo ruolo è purtroppo un obiettivo politico e sindacale ancora da conseguire nella sua effettività, ma consentire l’ingresso del capitale nelle strutture organizzative degli studi legali significherebbe rinunciarvi definitivamente, e vi rinunceremmo noi per primi perché mai accetteremmo che il capitale, con le sue inevitabili degenerazioni speculative possa in qualsiasi modo entrare in contatto con la giurisdizione, men che meno tramite l’avvocatura.
Questa è la principale motivazione della nostra assoluta contrarietà al socio di capitale, le altre, che riguardano svariati profili quali l’autonomia, l’indipendenza, il conflitto di interesse, e il segreto professionale, la deontologia in generale e il sistema previdenziale.
Siamo infine convinti che la possibilità di ingresso del capitalista risulterebbe vantaggiosa solo alla fasce più ricche della categoria, e ai grandi studi, nei quali sarebbe di certo più sicuro e conveniente investire.
Crediamo che sia infatti difficile che un capitalista investa il proprio denaro nello studio di giovane avvocato o, in generale, in quello di un professionista che produca un reddito basso o medio basso, e lo sarebbe proprio in ragione della scarsa convenienza e sicurezza dell’investimento stesso.
La conseguenza, è che aumenterebbe il divario tra ricchi e poveri, che aumenterebbe la speculazione dei primi sui secondi, la conseguenza è che i ricchi riuscirebbero ad accaparrarsi altre fette di mercato, a danno di tutti gli altri, e noi, questo, non lo vogliamo, tutt’altro.

§ 5.10.2 Il Consiglio Nazionale Forense: i regolamenti censitari, “Il Dubbio”, i gettoni di presenza e le indenità.
Il C.N.F. sta completando, con i suoi regolamenti, e in specie con i regolamenti sulle specializzazioni e per l’iscrizione all’Albo speciale per il patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori, il disegno ad excludendum avviato con la legge 247/12.
Quest’ultimo regolamento ha introdotto modalità e criteri inutilmente gravosi e persino dispendiosi, per il raggiungimento di quello che sino ad ora è stato un approdo naturale nella carriera di un avvocato.
Il processo di selezione previsto è addirittura articolato in tre fasi.
Il primo prevede il possesso di determinati requisiti, di cui all’art. 4 del Regolamento, per l’accesso all’esame; il secondo, l’esame per l’accesso al corso; il terzo, il corso stesso con un esame finale. Il tutto con previsione di spese non lievi a carico dell’avvocato.
Questo regolamento è funzionale ad una professione ancora sentita come “casta”, in cui una parte dell’avvocatura stringe le maglie per l’accesso e la permanenza a quella meno forte; in una visione elitaria che tenta di spingere fuori dal perimetro della professione i deboli, rendendola costosa e costellata di ostacoli che i fautori della riforma non hanno certo dovuto affrontare.
La previsione di esami complessi e concernenti non solo il campo d’elezione del professionista peraltro, appare privilegiare – visto il notevole impegno di studio che essi comporteranno – la posizione dei colleghi più strutturati, che abbiano la possibilità di contare su vari collaboratori; laddove per i titolari di studi “unipersonali” una prolungata astensione a fini di studio dal lavoro è decisamente impossibile: ancora una volta, una sorta di disparità di trattamento basata sul censo.
Allo stesso modo non tutti potranno permettersi i costi del corso previsto, la cui istituzione è stabilita obbligatoriamente soltanto a Roma, e solo facoltativamente presso gli altri fori.
Pertanto, riteniamo che il Regolamento, con il relativo Bando, vada radicalmente modificato. In particolare, chiediamo che:
1) il corso si svolga su una materia a scelta dell’aspirante cassazionista
2) venga abolito l’esame preselettivo;
3) il corso si svolga presso ciascun Ordine territoriale;
4) il corso sia totalmente gratuito.
La stessa logica “esclusiva” si rinviene nel regolamento specializzazioni, da ritenersi discriminatorio per i professionisti che vivono e operano in realtà del paese economicamente difficili, e penalizzante per i giovani avvocati. Anche questo regolamento va radicalmente ripensato in termini di gratuità dei corsi, di minor discrezionalità nella valutazione degli incarichi per dimostrare la “comprovata esperienza”, di accessibilità da parte dei colleghi di ogni foro e di ogni condizione economica a quella che potrebbe, invece, rivelarsi solo una ulteriore chance riservata i più ricchi e ai più organizzati.
In questa medesima ottica divisoria dell’avvocatura, i baroni da una parte e i contadini sempre più in basso, si colloca la vicenda dei gettoni di presenza autoattribuitisi dal CNF.
In tempi come questi, in cui i lavoratori avvocati fanno i conti con una crisi senza precedenti, con un assetto sociale e normativo che rende la professione economicamente sempre più gravosa e sempre meno remunerativa, con una legge professionale fabbricata apposta, coi suoi/tuoi regolamenti, per tagliare fuori i più deboli; in tempi come questi 90.000, 70.000, 50.000 euro all’anno alle maggiori cariche suonano come uno schiaffo; e forse più umilianti ancora i 1.000 euro al giorno per ciascun consigliere in trasferta romana.
In questi giorni poi si discute assai del Dubbio: ma forse il quotidiano di Sansonetti è solo l’epilogo di un golpe che il CNF ha iniziato con gran maestria e con un gesto ben più pregnante: la costituzione dell’Agorà degli Ordini, che più ancora del quotidiano in uscita ha la finalità di usurpare rappresentanza all’organo di cui all’art. 39 della legge professionale.
I COA sono e restano organi con funzioni esclusivamente amministrative e mai politiche: ma il CNF con l’Agorà si stanno prendendo tutto, mentre OUA si sta muovendo con grave ritardo.
Chiederemo dunque che il Ministro voglia, da un lato, intervenire sui regolamenti nei termini indicati; e voglia altresì avviare una operazione ispettiva circa la rispondenza ai limiti istituzionali e la legittimazione ad effettuare l’operazione de Il Dubbio, di cui si perorerà la sospensione della pubblicazione; si chiederà altresì di voler invitare il CNF a rivedere al ribasso sia gettoni di presenza che le diarie giornaliere previste per i consiglieri.

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