L’USO DEMAGOGICO DEL DIRITTO PENALE: IL CASO DELL’OMICIDIO STRADALE

Con questa espressione il giurista francese Denis Salas e quello domenicano Eduardo Jorge Prats definivano una strategia diretta ad ottenere demagogicamente il consenso popolare rispondendo alla paura generata nella popolazione dalla criminalità di strada. Si afferma così un uso congiunturale del diritto penale in senso repressivo ed antigarantista che è totalmente inefficace rispetto alle intenzioni di prevenire i crimini.

Così Luigi Ferrajoli, intervistato nel 2008 da Roberto Ciccarelli per il Manifesto, definiva il “populismo penale“: meccanismo demagogico di costruzione del nemico o del mostro, e di conseguente creazione di nuove fattispecie di reato che generino l’impressione di un Governo attento ai bisogni delle persone e a reprimere i pericoli sociali, con finalità evidenti di ricerca di consenso elettorale.

Meccanismo perfettamente incarnato dal nuovo reato di omicidio stradale.

Non ci si dilungherà nell’analisi  delle novità introdotte con le nuove norme; tuttavia anche la tecnica normativa, le modifiche sostanziali introdotte e le conseguenze penali e sociali del nuovo reato introdotto la dicono lunga sulla sostanza demagogica dell’operazione.

Ad esempio, la nuova legge fissa le pene per l’omicidio stradale – che resta sempre un omicidio colposo, cioè in alcun modo voluto – da 8 a 12 anni (da 7 a 10 anche in caso di non assunzione di alcol o stupefacenti, ma di semplice superamento sensibile dei limiti di velocità): si tratta di pene che, per chiunque abbia avuto un minimo a che fare con il diritto penale, già significano, di fatto, quasi imprescrittibilità.

Che significato ha, allora, raddoppiare i termini di prescrizione, portandoli addirittura nell’ordine dei trent’anni? Voler parlare, a tutti i costi, “alla pancia della gente”, e volerlo fare a costo zero, con riferimento a fatti che, tipicamente, vedono l’individuazione dei responsabili nell’immediatezza dei fatti e quindi hanno bisogno di una prescrizione lunga meno di tutti gli altri.

Tutta la nuova legge parla lo stesso linguaggio: sventolare la bandiera di nuove pene e sanzioni, facendo credere che questa possa essere la soluzione del problema.

Non c’è però modo più illusorio e insieme rischioso di intervenire. È illusorio perché crea solo l’apparenza di un nuovo strumento di dissuasione: pene alte, quasi identiche a quelle del nuovo disegno di legge, infatti esistono già ora.

Si parla in lungo e in largo di una nuova pena massima di 12 anni, ma non si ricorda che la pena massima, per fatti di questo tipo, già oggi non è molto diversa, arrivando a 10 anni. Si mette in risalto che quella pena può salire a 18 anni in caso di omicidio plurimo, ma non si ricorda che già oggi, per quel caso, è prevista una pena di 15 anni.

Il modo è, però, anche rischioso perché – esperienza insegna – nelle maglie di questo tipo di interventi (apparentemente) emergenziali sono sempre molte le conseguenze non volute e paradossali.

Questo caso non fa eccezione: rimasti sostanzialmente invariati gli effetti sanzionatori (e quindi dissuasivi) per i comportamenti più gravi (quelli che – secondo la nota espressione – “destano l’allarme sociale”), l’unico vero effetto innovativo della legge sarà innalzare le conseguenze dei comportamenti meno gravi.

E di farlo in modo totalmente irrazionale: la pena minima dovrebbe essere di sette anni per chi causi un incidente mortale con un tasso alcolico superiore a 0,50 (a spanne: una bottiglia di rosso in due?) o, perfettamente sobrio, proceda a 71 km in un tratto in cui il limite sia a 35 km/h.

Comportamenti che – visti con l’inevitabile obiettività del penalista, che per professione si occupa di comportamenti sbagliati – in sé sono limitatamente gravi e, soprattutto, davvero molto difficilmente sono effettivamente causali rispetto all’evento: tant’è che le Sezioni Unite, con pronuncia del 25 febbraio 2016, hanno ritenuto applicabile alla guida in stato di ebbrezza la causa di non punibilità della speciale tenuità del fatto.

Eppure la pena minima sarebbe di sette anni, che è, per fare solo il primo esempio, la pena massima prevista per coloro che – dolosamente – costituiscono e promuovono un’associazione per delinquere.

Non c’è bisogno di scomodare concetti tecnici di uniformità e ragionevolezza sistematica: è evidente che la nuova legge rischia di avere effetti  aberranti sulla vita di comuni cittadini, che, per semplici errori lontanissimi da quei comportamenti noti alle cronache che l’intervento mira asseritamente a reprimere, finiscono imputati per un reato che prevede sanzioni abnormi.

 

La scelta di tranquillizzare l’opinione pubblica con la promessa di introdurre nuove e più pesanti sanzioni è un classico cui ormai siamo abituati da tempo. Un meccanismo politico che dimentica quanto sia alto il rischio di inefficacia di interventi legislativi che non si preoccupano di coordinarsi con le norme già in vigore.

Non solo: siamo davvero sicuri che l’aumento delle pene comporti una diminuzione dei reati? Una domanda che devi farci riflettere ancor di più considerando che siamo nell’ambito dei reati colposi, dove, per definizione, manca la volontà di cagionare la morte!

Escluso quindi ogni valore preventivo all’introduzione di un nuovo reato di omicidio stradale, il rischio è quello che pene più severe, quindi la certezza del carcere, siano solo uno strumento di retorica politica, utile per punire, ma del tutto inutile a prevenire.

Per dirla con Ferrajoli, un uso garantista del diritto penale, auspicabile in un vero Stato di diritto, dovrebbe invece consistere in “una politica razionale, e non demagogica, che abbia a cuore la prevenzione dei delitti, insieme alla garanzia dei diritti fondamentali di tutti, e che consideri la giustizia penale come un’extrema ratio. La vera prevenzione della delinquenza è una prevenzione pre-penale, prima ancora che penale.

 

 

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