CRITICITA’ DELL’ATTUALE SISTEMA DELLE CASSE DI PREVIDENZA “PRIVATE”

Per comprendere un problema occorre andare alla sua radice, partire dall’essenza.

Può sembrare banale, ma in tutto questo dibattersi sulla questione previdenziale, presi dai problemi stringenti di chi si sente l’acqua alla gola, non abbiamo fatto una riflessione di più ampio respiro, che è la sola che ci permette di capire di cosa veramente stiamo parlando.

La funzione previdenziale è un compito fondamentale del nostro Stato Repubblicano, sancito dall’art.38 Cost..

Cosa è accaduto, senza che ne abbiamo registrato tutta la portata?

E’ intervenuto un decreto legislativo, e non una legge, e anche questo qualcosa significa, il n.509/94, e poi il n.103/1996, che hanno disposto che un’area grossa di questa funzione dello Stato, veniva spostata da enti pubblici a soggetti privati, senza fini di lucro, costituiti in associazioni o fondazioni.

Il male viene da lontano.

La scelta pare sia stata motivata dalla necessità di gestire una crisi della finanza pubblica.

Si è quindi scelto di distinguere i lavoratori in due grosse branche, da una parte il lavoro dipendente, pubblico o privato, di cui ha continuato ad avere l’onere lo Stato, e dall’altro il lavoro cosiddetto indipendente, rimesso , per l’espletamento di questa funzione riconosciuta essenziale, alla gestione di soggetti privati.

Questo passaggio non ha però potuto cambiare il carattere pubblicistico della funzione espletata.

Se ne è avuto una sorta di ni.

Non pubblico e non privato, un  soggetto bicefalo, che opera in un settore pubblico, ed ha prerogative e capacità di persona giuridica privata.

Le categorie professionali disciplinate da ordini ed albi, si sono ritrovate soggette e divise ciascuna ad una diversa gestione particolare.

Il D. Lgs 509/94 “privatizza” tra gli altri Cassa Forense.

Con quale funzione? Erogare trattamenti previdenziali obbligatori, in forma sostitutiva rispetto alla previdenza pubblica.

Lo Stato intendeva così promuovere un processo di responsabilizzazione, volto a ricevere delle garanzie di gestione finanziaria equa e soprattutto sostenibile.

Si intendeva così sgravare la collettività e la finanza pubblica dai costi finanziari che il mantenimento della situazione pubblicistica avrebbe comportato.

Si intendeva delimitare l’area della finanza pubblica che si occupa della previdenza.

La legge che opera in tal senso stabilisce che gli enti privatizzati non debbano usufruire di finanziamenti pubblici, o altri aiuti di carattere finanziario provenienti dal settore pubblico.

Con la legge n.243/2004 le casse  sono state autorizzate a realizzare forme di previdenza complementare, con l’obbligo della gestione separata, e forme di tutela sanitaria integrativa, nel rispetto degli equilibri finanziari di ogni singola gestione, definendo questi enti come erogatori di forme di welfare innovativo al servizio dei professionisti.

Ma la coperta resta corta, perché tutta questa mole di interventi normativi, non cambia e non può cambiare la sostanza della funzione esercitata: erogare prestazioni previdenziali obbligatorie, per definizione funzione la cui natura pubblicistica è tutelata dalla Costituzione.

Le prestazioni previdenziali  devono  assicurare mezzi adeguati alle esigenze di vita degli assicurati ( art. 38, co. 2 Cost.), Cfr. Sent. Cost. n.248/97.

Ed è in virtù di tale natura pubblicistica che detti enti possono imporre un obbligo contributivo a carico degli iscritti, e che essi stessi sono soggetti a controlli di tipo pubblicistico: 1)vigilanza esercitata dai Ministeri competenti nelle forme di: a) nomina di rappresentanti nei collegi sindacali; b)trasmissione dei documenti contabili ( bilanci preventivi, conti consuntivi, criteri di individuazione e ripartizione del rischio nella scelta degli investimenti indicati nel bilancio preventivo; c) approvazione di delibere in materia di contributi e regolamenti, e criteri direttivi generali; cd) il controllo del principio di equilibrio del bilancio, almeno triennale; ce) eventuale nomina di commissario straordinario in caso di disavanzo economico- finanziario rilevato dai rendiconti annuali.

E qui la coperta torna a dimostrarsi corta, lo Stato privatizza, ma non può lasciare al privato la gestione di una funzione pubblica, quindi intervenie a controllare, ma non ha ancora deciso se si tratta di retribuzione differita o di tributo, non va nella generalità delle entrate, ma deve essere remunerativo, attesa la durata nel tempo della sua erogazione, per cui controlla, ma non come è aduso controllare le società che si interessano dell’investimento dei risparmi.

Ne esce fuori un coacervo di mezzi e soggetti abilitati al controllo, che non sono allineati tra loro, non collaborano, e di fatto non esercitano efficacemente il controllo.

Il decreto interministeriale 29/11/2007 stabilisce le modalità di redazione del bilancio tecnico-attuariale, con cognizione dell’andamento delle gestioni a  lungo termine, con proiezioni dei dati estese su un periodo di 50 anni.

La cd. Legge Fornero impone una verifica straordinaria sulla sostenibilità  di lungo periodo degli enti nel 2012, finalizzata all’adozione di immediati provvedimenti di riequilibrio.

Il d.l. n.98/2011 attribuisce alla COVIP il controllo sugli investimenti delle risorse finanziarie di tali enti, ma a questo punto stiamo parlando di investimenti di alta finanza, che richiederebbero un controllo da parte di soggetti professionalmente qualificati in tal senso, e non pare che la COVIP, si possa ritenere tale.

E se pure lo fosse, la portata dei suoi compiti è spesso limitata al mero e passivo recepimento di documentazione, non avendo l’istituto alcuna competenza di carattere regolatorio.

Più semplicemente gli U.S.A. hanno stabilito che le fondazioni che si occupano di previdenza possano investire solo in titoli obbligazionari dello Stato.

 

Banca Etruria docet.

E su questo occorrono garanzie.

Analogo discorso sulla scelta di investire in patrimonio immobiliare all’estero, una parte peraltro ingente del patrimonio di cassa, con la conseguente maggiore difficoltà di seguire la gestione e manutenzione del bene, nonché in caso di eventuali problematiche dover accedere al sistema giurisdizionale straniero, nel nostro caso rectius inglese.

A tal riguardo si nota che il comma 3 dell’articolo 14 del decreto-legge 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111,  ha previsto l’emanazione da parte del Ministero dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e sentita la Covip, di un decreto in materia di investimento delle risorse finanziarie degli enti previdenziali; tale decreto, ad oggi, non è ancora stato emanato ed è attualmente all’esame del Consiglio di Stato,

Gli investimenti che operano nella gestione di masse patrimoniali ingenti, ottenute mediante la riscossione coattiva di contributi imposti per legge nell’ambito di una funzione pubblica, dovrebbero essere indirizzati verso investimenti a favore di istituzioni finanziarie o immobiliari del territorio nazionale, attesa la loro rilevanza per l’economia pubblica, e anche su questo al momento non c’è indicazione di agevolazione legislativa.

Quis custodiet custodes?

Gli enti chiamati ad effettuare i controlli sono frammentati e troppi, e spesso i poteri di vigilanza e quelli sanzionatori sono disgiunti, nell’insieme il sistema risulta inefficace, e spesso incompetente, sarebbe necessario un elevato grado di specializzazione finanziaria, data l’attuale natura degli investimenti, specializzazione che non c’è.

Basti pensare che a legge prevede che le Casse inviino alla Corte i consuntivi entro sei mesi dalla fine dell’esercizio. Ciò significa che i consuntivi vengono deliberati e, quindi, approvati dagli enti nei mesi di marzo-giugno dell’anno successivo. Essi vengono poi approvati dalle autorità di vigilanza tra giugno e luglio e presso la Corte dei conti pervengono a settembre. In concreto, al febbraio 2014 secondo quanto dichiarato in sede di indagine conoscitiva presso la Commissione enti gestori dai magistrati della Corte dei conti, i dati certi in possesso della Corte sono quelli contenuti nei bilanci approvati al 31 dicembre 2012.

Una normativa che fissi i criteri di carattere generale ed i limiti qualitativi e quantitativi per la tipologia degli investimenti da parte degli enti previdenziali privati, al fine di garantire la solidità economico-finanziaria degli investimenti e l’equilibrio di gestione degli enti stessi, al momento non c’è.

Non solo ma anche gli enti da sottoporre al controllo sono veramente troppi, attualmente ammontano a circa venti, , ognuno con proprie gestioni finanziarie, con relativi costi di esercizio (si pensi alla pluralità di organi collegiali esistenti tra tutte le casse e alle conseguenti remunerazioni), il tutto non può che determinare una minore controllabilità delle attività di investimento dei patrimoni da parte delle autorità pubbliche competenti, oltre all’impossibilità di realizzare economie di scala e gestioni finanziarie più trasparenti.

La semplificazione dei soggetti gestori e delle forme di impiego dei patrimoni, salvaguardando le specificità professionali dei vari ordini e delle regole di contribuzione ed iscrizione che sono differenziate tra di loro, potrebbe invece determinare una maggiore funzionalità del sistema; al proposito, va ricordato che il legislatore, con il decreto legislativo n. 103 del 1996, all’articolo 3, comma 1, lettera a) ha già previsto il principio della costituzione di un ente previdenziale privato pluricategoriale, in alternativa all’ente di categoria specifica e tale ente pluricategoriale è l’Epap, che eroga prestazioni, a favore degli attuari, dei chimici, degli agronomi e forestali e dei geologi.

Allora occorre decidere da quale parte far pendere questa coperta.

La natura ibrida degli enti gestori che pare in molti casi ingenerare situazioni che necessitano di un definitivo chiarimento da un punto di vista normativo

La natura privatistica dell’ente di gestione ha consentito finora alle casse di non essere gravate dai contributi di solidarietà generali, e i relativi immobili di proprietà delle casse non sono stati, come invece quelli pubblici, gravati dalle prelazioni e agevolazioni legali previste per gli immobili pubblici.

La struttura dell’impianto normativo di controlli fa acqua da tutte le parti, e ingenera nel lavoratore che dovrebbe essere tutelato e garantito per la sua vecchiaia, la preoccupazione di trovarsi un domani di fronte ad un buco, e ad uno spiacevole “ ci siamo sbagliati”.

Le misure che hanno imposto agli enti di previdenza di adeguarsi alla normativa vigente che consente loro di allocare fino al 20 per cento delle risorse disponibili in investimenti immobiliari di tipo indiretto, cioè in fondi immobiliari hanno determinato una massiccia dismissione attuata direttamente dagli enti attraverso i conferimenti a fondi immobiliari gestiti da SGR, avvenuta con la determinazione di prezzi non assolutamente corrispondenti alle reali situazioni degli immobili stessi, circostanza che ha comportato e sta comportando anche notevoli contenziosi pendenti dinanzi ai tribunali.

Oltre a servire come escamotage per produrre bilanci con attivi maggiorati, in quanto per motivi solo e strettamente contabili l’acquisto di quote di fondi immobiliari comportano plusvalenze contabili, (derivanti dalla più elevata valorizzazione dei cespiti conferiti, rispetto ai relativi valori di bilancio, effettuata in sede di apporto) , pur non consistendo in effettivi proventi.

Altro punto che a tutt’oggi non pare disciplinato è quello del possibile conflitto di interesse tra i detentori di responsabilità all’interno degli enti gestori e i membri di soggetti giuridici che interagiscano con essi con particolare riferimento alle società di gestione del risparmio e alle società di advising;( Camera 7-00885, 7-00747 e 7-00889 – Risoluzioni su enti previdenziali privatizzati.).

Tutto questo mentre una categoria senza futuro, si indebita per garantirsi almeno un presente.

MGA – Dipartimento Previdenza – Sandra Paturzo (Referente Foro di Torre Annunziata)

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