FONDI EUROPEI: PER UNA VERA EQUIPARAZIONE FRA PROFESSIONISTI E PMI LA STRADA E’ ANCORA LUNGA

Commento a Cons. Stato, sent. n. 258 del 27/01/2016

Il Consiglio di Stato, con la Sentenza n. 258, depositata il 27/01/2016, precisa i rigidi criteri dell’accesso al Fondo Sociale Europeo (FSE) ed al Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FERS) da parte degli STUDI PROFESSIONALI.

Con la pronuncia in commento, il Consiglio di Stato evidenzia come non sussista un’ immediata assimilazione di uno studio professionale alle “imprese” sotto il profilo dell’accesso ai finanziamenti europei, posto il preventivo e necessario accertamento delle peculiarità organizzative e strutturali, “tipiche di un’attività imprenditoriale”.

Richiamando una precedente Sentenza della Suprema Corte (Cass. Civ., sez. lav., n.16092/2013), il Consiglio di Stato ha rilevato come :“Uno studio di avvocato può presentare, in concreto, una organizzazione imprenditoriale, ma il concetto di imprenditore non può estendersi tout court al libero professionista. Nell’ipotesi in cui il professionista intellettuale rivesta la qualità di imprenditore commerciale per il fatto di esercitare la professione nell’ambito di un’attività organizzata in forma d’impresa, deve trattarsi di una distinta e assorbente attività che si differenzia da quella professionale per il diverso ruolo che riveste il sostrato organizzativo – il quale cessa di essere meramente strumentale – e per il differente apporto del professionista, non più circoscritto alle prestazioni d’opera intellettuale, ma involgente una prevalente azione di organizzazione, ossia di coordinamento e di controllo dei fattori produttivi, che si affianca all’attività tecnica ai fini della produzione del servizio. In tale evenienza l’attività professionale rappresenta una componente non predominante, per quanto indispensabile, del processo operativo, il che giustifica la qualificazione come imprenditore.” (Cass. Civ., sez. lav.,n. 16092/2013).

I Giudici di Palazzo Spada, pronunciandosi nella sentenza de qua rispetto al ricorso presentato da uno studio legale, hanno rilevato che ‹‹Lo Studio è dotato di una sede principale a°°°°°°° e di una sede secondaria a °°°°°°° oltre ad un archivio ad °°°°°°°° ed il suo organico successivo all’investimento – per il quale è chiesto il contributo – consta di cinque avvocati, quattro impiegati ed un altro dipendente non altrimenti qualificato; la descrizione delle attività offre questo incipit: “L’Organizzazione produttiva svolge le attività tipiche degli studi legali e, quindi, rende servizi in favore di imprese, operatori economici o privati aventi ad oggetto consulenze legislative, giudiziarie e normative di varia natura o attività di assistenza e supporto controversie giudiziali o stragiudiziali”.››

‹‹ Dunque, vista la natura dell’organico e la descrizione fondamentale delle attività, non può che concludersi nel senso che l’appellante rientra tra quelle “attività di professionisti” escluse dai contributi perché prive di quella struttura aziendale che è l’ossatura dell’impresa e consistente in un’associazione di esercenti una professione intellettuale derivante dalla sommatoria delle prestazioni professionali dei singoli avvocati: in breve nulla che abbia a che fare con una piccola impresa.››

Si precisa che tale pronuncia concluda l’iter avviato con  ricorso proposto dall’associazione professionale  avverso la sentenza del T.A.R. Liguria, Sez. II n. 1869/2005 .

La legge di stabilità 2016, limitandosi a recepire gli orientamenti europei (Raccomandazione Commissione UE 6 maggio 2013/361/CE, Regolamento UE 1303/2013, Linee d’azione per le libere professioni del Piano d’azione Imprenditorialità 2020),  prevede l’equiparazione dei professionisti alle PMI nell’accesso al Fondo Sociale Europeo (FSE) e al Fondo europeo di Sviluppo Regionale (FESR).

Sulla scorta di tali disposizioni il Disegno di Legge recante “Misure per  la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”-  c.d. DDL Lavoro autonomo del Governo Renzi, – all’art. 7  equipara i lavoratori autonomi alle PMI ai fini dell’accesso ai POR (Piani operativi regionali) e ai PON (Piani operativi nazionali).

Oggettivamente, vi è da dubitare che detta equiparazione possa essere tanto automatica, atteso che l’UE non abbia qualificato i lavoratori autonomi come destinatari specifici di bandi europei, ma si sia limitata ad estendere genericamente la schiera dei destinatari.

Né appare trascurabile come, anche alla luce della pronuncia del Consiglio di Stato sopra richiamata, l’accesso ai fondi europei richieda non solo l’intervento di un esperto del settore, ma anche il rigoroso rispetto delle misure indicate nei bandi, nonché delle procedure tecniche delle calls of proposal, inevitabilmente, estranee alle competenze tipiche di un professionista.

MGA – Dipartimento Fondi europei e Politiche comunitarie

la responsabile Maria Dell’Imperio

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